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michael pollan

“Sono io a piantare quella Pianta o è quella Pianta a decidere che io la pianti…?”

I primi semi di questo libro sono stati piantati nel mio giardino, mentre stavo seminando davvero.

Interrare semi è un’attività piacevole, poco ripetitiva e di non eccessivo impegno, che lascia una quantità di spazio ad altri pensieri. In quel particolare pomeriggio di maggio, piantavo qualche fila di semi nei pressi di un melo in fiore che vibrava tutto di api. E mi sono ritrovato a pensare: Qual è la differenza esistenziale tra il ruolo dell’essere umano e quello dell’ape in questo o in qualsiasi altro giardino?

Se vi sembra un paragone ridicolo, provate a considerare che cosa stavo facendo in giardino quel pomeriggio: spargevo i geni di una specie e non di un’altra, in questo caso patate nane e non, per esempio, porri. Gli appassionati di giardinaggio come me sono propensi a considerare scelte simili una loro prerogativa assoluta: nello spazio del mio giardino, mi dico, solo io stabilisco quali specie cresceranno rigogliose e quali spariranno. In altre parole, il responsabile sono io, e oltre a me ci sono altri esseri umani ancora più responsabili: la lunga catena di coltivatori, botanici, ibridatori e, ai giorni nostri, ingegneri genetici che hanno “selezionato”, “ottimizzato” o “riprodotto” la particolare patata che ho deciso di piantare. Anche la grammatica definisce i termini di questa relazione con assoluta chiarezza: Io scelgo le piante, io elimino le erbacce, io raccolgo i frutti. Dividiamo il mondo in soggetti e oggetti e, in giardino, come accade spesso quando si parla di natura, i soggetti siamo noi esseri umani.

Ma quel pomeriggio mi ritrovai a pensare: E se la grammatica si sbagliasse? Se in realtà si trattasse solo di vanità e autocompiacimento? Probabilmente anche un ape, all’interno del giardino, guarda a se stessa come a un soggetto e al fiore che saccheggia per una goccia di nettare come a un oggetto. Ma sappiamo che la sua è solo un’illusione. La realtà è che il fiore ha abilmente manipolato l’ape affinché trasporti il polline di fiore in fiore.

La relazione ancestrale tra fiori e api è un classico esempio di “co-evoluzione”. In un contratto coevolutivo come quello sottoscritto dall’ape e dal melo, le due parti agiscono per i propri interessi personali, ma finiscono per scambiarsi favori: cibo per l’ape, trasporto del patrimonio genetico per il melo. Ciò avviene in modo del tutto inconsapevole: la distinzione tradizionale tra soggetto e oggetto non ha perciò significato.

Tra me e la patata che sto piantando le cose non sono molto diverse: siamo entrambi partner di un rapporto co-evolutivo, e lo siamo stati a partire dalla nascita dell’agricoltura, oltre diecimila anni fa.

Come l’aspetto e il profumo del fiore di melo sono stati selezionati da infinite generazioni di api, così le dimensioni e il sapore della patata sono stati selezionati da innumerevoli generazioni di individui: dagli inca agli irlandesi, a persone come me, che ordinano patatine fritte da McDonald’s. Api ed esseri umani hanno i propri criteri di selezione: simmetria e dolcezza nel caso delle api, dimensione e valore nutritivo nel caso degli umani che mangiano patate. Il fatto che uno dei due sia divenuto parzialmente cosciente dei propri desideri non fa differenza per il fiore o la patata che partecipano all’accordo. A livello genetico, alle piante interessa solo quello che importa a ogni altro essere vivente: riprodursi. Procedendo per tentativi ed errori, queste specie di piante hanno scoperto che il modo migliore per riuscirci e indurre gli animali — api o esseri umani, non ha molta importanza — a diffondere i propri geni. Come? Facendo appello ai loro desideri, più o meno consapevoli. I fiori e le patate che riescono a farlo in modo più efficace sono quelli che arriveranno a fruttificare e a riprodursi di più.

Così quel giorno mi è sorto spontaneo domandarmi: Sono stato io a scegliere di piantare questa patata, o è lei che ha scelto me? In realtà, entrambe le possibilità sono vere. Ricordo il momento preciso in cui quel tubero mi ha sedotto, ostentando il proprio fascino bitorzoluto tra le pagine di un catalogo di sementi. Credo che la definizione fatale sia stata: “polpa gialla e burrosa”. Si è trattato di un evento banale, solo in parte consapevole; non pensavo che il nostro incontro via catalogo avesse una qualche conseguenza evolutiva. Eppure l’evoluzione consiste in un’infinità di eventi banali e inconsapevoli, e, per l’evoluzione della patata, la mia lettura di un particolare catalogo di sementi in una determinata sera di gennaio conta quanto gli altri.

Quel pomeriggio di maggio, all’improvviso il giardino mi è apparso sotto una nuova luce: le molteplici delizie che offriva allo sguardo, all’olfatto e al palato non erano più così innocenti o passive. Tutte le piante che avevo sempre considerato oggetti del mio desiderio erano anche soggetti che agivano su di me, spingendomi a compiere per loro ciò che non avrebbero avuto modo di realizzare da sole.

Ed ecco l’intuizione: Che cosa succederebbe se osservassimo il mondo al di fuori del giardino in questo modo, considerando il nostro posto nella natura dalla stessa prospettiva capovolta?

È esattamente ciò che si propone di fare questo libro, raccontando la storia di quattro piante a noi familiari — il melo, il tulipano, la cannabis e la patata — e dei desideri umani che legano il loro destino al nostro. Da un punto di vista più ampio, l’argomento del libro è la complessa relazione reciproca tra esseri umani e mondo naturale, che affronterò con la massima serietà da una prospettiva poco convenzionale: il punto di vista delle piante

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